Fame e stomaco

La fame è la nostra urgenza fin dai primi istanti di vita, un bisogno primario a cui sentiamo di dover dare risposta. 

Nasciamo tutti con la capacità innata di valutare il nostro grado di fame e, inspiegabilmente, anche di cosa necessitiamo. Impariamo precocemente a godere della soddisfazione e dellappagamento che il nutrimento ci restituisce, condito dal calore di chi ci accoglie tra le braccia e ci aiuta a porre fine a quel vuoto che avvertiamo nella pancia.

Il cibo è strumento prezioso tramite il quale conosciamo ciò che significa ricevere, esplorare e desiderare, e sempre attraverso di esso, organizziamo lesperienza del piacere e del dispiacere. Registriamo rapidamente il nutrimento come qualcosa che ci fa stare bene e con naturalezza lo ricerchiamo perché è la pancia a dircelo, così come è sempre la pancia a comunicare quando è il momento di fermarci.

Questo è limprinting che instauriamo col cibo.

Qualcosa inizia a modificarsi già intorno ai 3-5 anni. Le ricerche sostengono che la nostra capacità di sintonizzarci coi segnali inviati dal corpo si attenua. Diventa sempre più difficile ascoltare e assecondare ciò che il corpo, con saggezza, richiede. È il mondo intorno a noi a metterci in confusione, a indurci a modificare quello che naturalmente è stato il nostro legame col nutrimento. La cultura ci insegna che il cibo non va sprecato, spesso questo si traduce nellimperativo che ci vieta di smettere di mangiare se il nostro piatto è ancora pieno, sebbene non se ne avverta più desiderio perché ormai sazi. 

Apprendiamo e partecipiamo molto precocemente al rituale consolatorio, che sponsorizza la sparizione di ogni male, con lassunzione di un solo goloso boccone. Siamo messi a ricatto da chi ci educa con frasi che ognuno di noi avrà sentito, o pronunciato, almeno una volta: “potrai andare a giocare solo quando avrai finito di mangiare”. Il cibo dunque si trasforma. Inizia a rappresentare per ognuno di noi qualcosa di molto diverso dallessere semplicemente nutrimento e piacere. Ciò che il piatto custodisce diventa uno strumento per modulare laffettività. Lassunzione di cibo diviene modalità grazie alla quale possiamo dimostrare quanto è grande il nostro amore verso chi ce lo prepara; il mezzo attraverso cui impariamo a soddisfare le esigenze altrui. Quanta soddisfazione quando finalmente riusciamo, con fatica, a ultimare tutta la porzione che la maestra, o la nonna, ci ha invitati a mangiare. O ancora, il modo che impieghiamo per anestetizzarci, per poter prendere le distanze da unesperienza negativa o da unemozione insostenibile, riuscendo così a smettere di sentirla nella pancia. Prendi una caramella così non pensi alla bua che ti sei fatto al ginocchio cadendo dalla bicicletta; e anche alle risate degli amici che ti hanno preso in giro.
Ciò che è evidente è che il mondo ci insegna a mangiare anche quando non abbiamo realmente fame.

Questo approccio per qualcuno rappresenta linizio di una perdita di contatto con se stesso e con il proprio corpo. Una mancanza di spontaneità nel comportamento alimentare che, nel tempo, può trasformarsi in automatismo. Tutto ciò induce a utilizzare il cibo in maniera reattiva, rinunciando così a uno dei piaceri più genuini e alla nostra opzione di scelta.

Dialogo:

P. mi racconta di mangiare poco perché spesso non ha fame. Dunque non mangia nulla per molte ore, talvolta salta i pasti.

T. «Può succedere che a volte tu non abbia fame come mi hai detto, Però la fame è una richiesta fisiologica del corpo quindi mi stupisce. Mi domando se è una sensazione che non riconosci oppure c’è e non la ascolti, ignorandola.»  

P. ribatte rapidamente e con una certa convinzione «se ci fosse me ne accorgerei, sentirei il mio stomaco borbottare, una volta lo faceva e ora non lo fa più.»

T. «Fammi capire meglio, secondo te un tempo avevi e riconoscevi la sensazione di fame e mangiavi, da qualche tempo, invece, non la senti e dunque non ti nutri?»

P.  annuisce

T. «Sarei molto curiosa di sentire cosa ci direbbe il tuo stomaco se lo facessi parlare, se gli domandassi: come mai non hai fame? Se si svuota il mio stomaco me lo dice!»

La paziente appare perplessa, forse non sa se deve rispondere, forse è indecisa su cosa rispondere. Le propongo unesperienza «Ti chiedo se ti va di metterti seduta su questa sedia e di diventare il tuo stomaco! Parla come se fossi lui, immagina cosa potrebbe dire…»

P. mi dice che la richiesta è un po’ imbarazzante, ma non si tira indietro.

Appena cambia postazione il suo sguardo muta rapidamente, è come se fosse triste, smette di guardarmi e si orienta verso il basso. Inizia a presentarsi, a dire qualcosa, ma il suono è appena percettibile, assume una postura dimessa.

T. Mi rivolgo allo stomaco «Che cosa succede?»

P. «Sto bene…»

T. «Tu sì, ok, ma su quella sedia c’è il tuo stomaco e qualcosa vedo che è cambiato. P. mi dice che tu non le richiedi cibo, e lei è convinta di non avere quasi mai fame, è così?»

P. «Sì è vero. Se posso, se riesco, resisto e non chiedo nulla.»

T. «Non hai la necessità di essere riempito?»

P. «Non è che non ne sento il bisogno, lo sento ma tanto lei non mi ascolta, ha smesso di ascoltare le mie richieste, le ignora.»

T. «E tu cosa fai?»

P. «Ho smesso di chiedere. Non parlo più…»

P. piange e non riesce ad alzare lo sguardo da terra…

P. «non voglio essere un problema per lei, se mi faccio sentire poi lei mangia, e poi sta male, poi si sente in colpa per la fame che ha sentito e per ciò che ha mangiato…e io voglio aiutarla…»

T. «Come la stai aiutando?»

P. «Smettendo di dirle che sono vuoto.»

P. piange. La invito a tornare a sedersi sulla sua poltrona.

T. «Come sei stata ad ascoltare queste parole?»

P. piange ancora…

P.«mi dispiace, non voglio fargli questo, ma non mi fido di lui, di quello che potrebbe chiedermi…mangerebbe qualsiasi cosa…però è vero, non lo sento più gorgogliare e mi dispiace…»

P. continua a piangere mentre il suo stomaco timidamente borbotta qualcosa…questa volta lei lo sente, e sorride.